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Carceri dei Penitenizati

Fra Diego La Matina: uomo di “tenace concetto”

Nelle Carceri dei Penitenziati allo Steri, la storia di Fra Diego La Matina, un'anima indomita contro la ferocia del Sant'Uffizio

Fra Diego La Matina: uomo di “tenace concetto”

Diego La Matina, nato a Racalmuto nel 1622, entrato giovanissimo nel convento dei Riformati di S. Agostino, fu protagonista di una lunga e dolorosa vicenda che ha ispirato a Leonardo Sciascia il libro Morte dell’Inquisitore.

Processato per la prima volta nel 1644 dalla Regia Gran Corte, subì nello stesso anno e nell’anno successivo due giudizi da parte del Tribunale dell’Inquisizione: in entrambi fu assolto dopo aver pronunciato formale abiura. Leonardo Sciascia era dell’opinione che tanta indulgenza da parte del tribunale confermasse l’ipotesi che l’eresia di Fra Diego fosse più sociale che teologica. Nel 1646 venne processato per la terza volta: il tribunale volle punire l’ostinazione se non l’eresia. Fra Diego fu condannato a cinque anni di deportazione sulle galere.

Il 7 agosto 1649 organizzò molto probabilmente una protesta che provocò un ammutinamento. Questa volta, con una sentenza emessa nel 1650, gli fu inflitta una pena durissima: «recluso murato in perpetuo in una stanza». Durante la reclusione egli «non una sola volta tentò dar morte a se stesso, poco curante dell’eterno suplicio, con l’astinenza del cibo in più giorni».

Evase dal carcere dello Steri nel 1656 («aprì con meraviglia di chi vide il loco, ed il fatto udì, delle segrete Carceri fortissimo muro e fuggì con il laccio della tortura, quale trovò in certo luogo») rifugiandosi nella campagna di Racalmuto, nella contrada e nella grotta che portano il suo nome. Dopo pochi giorni fu catturato e riportato nelle prigioni palermitane del Sant’Uffizio. Fu più volte sottoposto a torture: particolarmente atroce quella del “cavalletto” che si concludeva con lussazioni nelle spalle, nelle ginocchia, nei polsi e lo strappo dei muscoli. 


Il 24 marzo 1657 Fra Diego, durante un interrogatorio, ferì mortalmente l’inquisitore Juan Lopez de Cisneros. Il resoconto di quella giornata fu fatto dall’inquisitore Pablo Escobar all’inquisitore generale della Corte Suprema di Madrid in una lettera del 10 luglio 1657. Per l’assassinio di Monsignor de Cisneros Fra Diego fu condannato al rogo. L’esecuzione avvenne il 17 marzo del 1658 nel piano di Sant’Erasmo.

Sciascia, riportando la testimonianza di Girolamo Matranga, cronista dell’epoca, sulla disputa con i teologi che precedette la notte dell’esecuzione, scrive:

«È una delle più atroci e allucinanti scene che l’intolleranza umana abbia mai rappresentato [...] uomini pieni di dottrina teologica e morale, che si arrovellano intorno al condannato, restano nella storia del disonore umano, Diego La Matina afferma la dignità e l’onore dell’uomo, la forza del pensiero, la tenacia della volontà, la vittoria della libertà». [...] Non era dunque un ignorante: disputava con i primi teologi di Palermo; per mesi, per anni, tra le blandizie e sotto la tortura, respinse le loro persuasioni, rispose con le sue alle loro ragioni. E nelle ultime ore della sua vita ne straccò addirittura dieci: dieci dotti teologi, ristorati di tempo in tempo dalla cucina e dalla cantina dell’alcaide, furono straccati da un uomo il cui corpo e la cui mente avevano subito per quattordici anni durissime e atroci prove; da un uomo che da mesi, e ancora in quel momento, e fino alla morte per fuoco che tra qualche ora avrebbe avuto, stava legato con ceppi di ferro ad una forte sedia di castagnolo [...]. Ci fa velo l’amore, e l’onore di appartenere alla stessa gente, di avere avuto i natali dalla stessa terra, se ricordiamo non mutò aspetto, né mosse collo, né piegò sua costa?».  

Pronunciata la sentenza, fu messo su un carro trasportato da buoi e portato al piano di Sant’Erasmo dove era stata predisposta la catasta di legna. «Alla vista del rogo, Fra Diego non s’alterò, non sbigottì, non mostrò segni di timore o di spavento». 

Dopo che fu sistemato sulla catasta di legna, sempre legato alla sedia e la sedia legata a un palo, Fra Diego disse di voler parlare al teatino Giuseppe Cicala, uno dei due padri che lo avevano accompagnato sul carro: «Io muterò sentenza, e fede, ed alla Chiesa Cattolica mi sottometterò se vita corporale mi darete» disse Fra Diego. Rispose il teatino che la sentenza era impermutabile. E Fra Diego: «A che dunque disse il profeta: Nolo mortem peccatori, sed ut magis convertatur, et vivat?» - E rispondendo il teatino che il profeta intendeva la vita spirituale e non quella corporale, Fra Diego disse - «Dunque Dio è ingiusto».

Parole che Sciascia, al quale si deve la ricostruzione degli avvenimenti qui esposti, ritiene «di dover considerare non come segno di cedimento, di paura, da parte del condannato; ma come l’estremo modo di dar prova al popolo dell’inflessibile ferocia di una fede che proclamava di ispirarsi alla carità, alla pietà, all’amore».                                                                                      
 

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